Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 8.900 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 3 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Gruppo caldaia illuminata con cambio colore al variare della temperatura dell’acqua al suo interno (da blu fredda a rosso quando inebollizione – verde per fine lavoro), che permette di vedere a distanza lo status di avanzamento lavoro, oltre che donare un piacevole effetto visivo.


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Lampade a Ioduri Metallici o a scarica

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La lampadina a scarica è un tipo di lampadina basata sull’emissione luminosa per luminescenza da parte di un gas ionizzato. La ionizzazione del gas è ottenuta per mezzo di una differenza di potenziale, che fa migrare gli elettroni liberi e ioni positivi ai diversi capi della lampada (dove sono presenti gli elettrodi).
È costituita da una ampolla e/o un tubo di vetro o quarzo contenente il gas e almeno due elettrodi tra cui avviene la ionizzazione del gas, il quale rilascia fotoni. Possono essere presenti elettrodi supplementari per l’innesco. Solitamente le lampade a bassa pressione sono a forma di tubo diritto o curvato a U, mentre le lampade ad alta pressione sono costituite da una piccola ampolla di quarzo (adatto a resistere a temperature più elevate). La lampada può essere contenuta in un involucro in vetro con la funzione di schermare i raggi ultravioletti, ospitare eventuali elementi accessori e proteggere il tubo.
L’emissione luminosa è monocromatica o limitata alle righe di emissione spettrale del gas contenuto, se questo è a bassa pressione. Il gas può anche essere il vapore di un elemento solido o liquido, per esempio mercurio o sodio. In questo caso però la lampada non è subito efficiente, poiché è necessario che il materiale evapori o sublimi per effetto del calore prodotto dalla scarica nel gas accessorio. Possono essere necessari diversi minuti perché la lampada inizi a produrre una luce accettabile, e in molti casi questo è un grave limite.

I tipi di alimentazione delle lampade a scarica

La caratteristica tensione/corrente di una lampada a scarica presenta una soglia a tensione costante in corrispondenza di una intensità di corrente caratteristica dipendente dal gas, dalla temperatura e dalle condizioni di funzionamento, ne consegue che l’alimentazione deve avvenire in corrente costante, per ottenere questo si pongono in serie al tubo degli induttori o meno frequentemente dei condensatori o resistenze.
La tensione di rete non è sufficiente per innescare la scarica, per cui è necessario provvedere con opportuni circuiti a provocare una prima ionizzazione del gas. Questo può essere ottenuto provocando un momentaneo aumento della tensione di alimentazione per mezzo di trasformatori e starter, oppure applicando un impulso di alta tensione (migliaia di volt) a un elettrodo posto sulla superficie esterna del tubo: il campo elettrico generato è sufficiente ad avviare la ionizzazione. In altri tubi è presente un elettrodo di innesco posto a brevissima distanza da uno dei due elettrodi ordinari: questo elettrodo viene brevemente alimentato con la normale tensione di rete che, data la distanza ridotta, è ora sufficiente per innescare un piccolo arco; il riscaldamento e l’emissione di ioni e radiazioni provoca l’innesco del restante gas.
Un ulteriore metodo per accendere la lampada è quello di sottoporla a un campo elettromagnetico ad alta frequenza, da decine di kilohertz a molti megahertz. Esistono inoltre lampade a induzione in cui non si hanno connessioni elettriche tra l’interno e l’esterno del tubo e il gas viene ionizzato da una radiazione elettromagnetica indotta dall’esterno: questo fenomeno si può osservare anche con le normali lampade fluorescenti che, se accostate a forti sorgenti di campi elettromagnetici, come l’antenna di un potente trasmettitore radio, emettono luce.
Una volta innescata la scarica con uno dei metodi descritti, questa si propaga a valanga a tutto il gas, il quale si mantiene ionizzato indefinitamente. In condizioni di regime la tensione ai capi del tubo si mantiene a valori più bassi della tensione di rete e non è più necessario l’intervento dei circuiti accenditori.

Quali sono le lampade a scarica più comuni

Sodio a bassa pressione (SOX): Il principio di funzionamento si basa su una scarica elettrica in un ambiente gassoso composto da Ar+Ne+Na. Durante l’accensione a freddo, il sodio è depositato attorno al bulbo interno e la scarica avviene in una miscela Penning composta da Argon e Neon. La scarica in questa miscela provoca il repentino riscaldamento della lampada, fino a raggiungere la temperatura di fusione del sodio. A quel punto, il sodio vaporizza e viene ionizzato dalla scarica, facendo assumere così la caratteristica emissione monocromatica gialla del sodio.
L’emissione è in luce monocromatica gialla alla lunghezza d’onda caratteristica di emissione del sodio, di 589 nanometri. È usata nell’illuminazione stradale in incroci soggetti a nebbia. Grazie all’emissione monocromatica in una lunghezza d’onda ottimale per l’occhio umano, presenta una efficienza luminosa molto elevata. Come una comune lampada a vapori di mercurio a bassa pressione, questa non ha bisogno di un ciclo di raffreddamento in caso di interruzione dell’alimentazione ma, a differenza di questa, richiede un tempo di riscaldamento molto lungo (circa 6-10 minuti), durante i quali emette la caratteristica luce rossa/rosata del neon presente al suo interno.
Sodio ad alta pressione (SON): Aumentando la pressione, il vapore di sodio si allontana dallo stato di gas ideale e il suo spettro di emissione si allarga rispetto alla riga spettrale monocromatica tipica. La luce prodotta da queste lampade è di colore tendente al giallo (2000-2500 K), caratteristica che le rende adatte per applicazioni in cui la resa dei colori è gradita, ma non fondamentale (es. illuminazione stradale). Il rendimento luminoso è elevato (fino a 150 lumen/watt nelle ultime esecuzioni Super a migliore rendimento) ed elevata è la durata di vita (oltre 16000 ore). Particolari accorgimenti costruttivi fanno fronte all’aggressività chimica del sodio. In caso di interruzione dell’alimentazione, salvo ballast particolari in grado di generare tensioni di 30-70Kv, la lampada necessita di un ciclo di raffreddamento di 3-5 minuti. A fine vita, a causa dell’esaurimento del sodio nel tubo, queste lampade diventano instabili durante il funzionamento, causando il fenomeno della repentina accensione e spegnimento, spesso osservabile nei lampioni stradali, fino a quando non sono più in grado di riaccendersi
Sodio ad altissima pressione (SDW): Il funzionamento di questo tipo di lampada è comparabile con quello delle lampade SON, ma differisce la pressione interna del gas: aumentando la pressione lo spettro di emissione si arricchisce di linee spettrali, rendendo questa lampada una valida alternativa alle comuni lampade a ioduri metallici in ambienti dove il rischio di contaminazione in seguito a esplosione deve essere evitato. La luce prodotta da queste lampade è di colore bianco tendente al giallo (2000-2500 K), caratteristica che le rende adatte per applicazioni in cui la resa dei colori è importante (es. l’illuminazione di banchi alimentari) La relativa alta pressione nei vapori di sodio è la causa principale della bassa efficienza di questo tipo di lampade (50 lm/w).
Ioduri metallici (HMI): L’introduzione nelle lampade ai vapori di mercurio o di sodio ad alta pressione di ioduri metallici (iodio, tallio, indio, disprosio, olmio, cesio, tulio) migliora la resa dei colori delle lampade al sodio e dà loro una temperatura di colore molto elevata (4000-5600 K).
La loro resa cromatica le rende particolarmente adatte all’illuminazione di impianti sportivi, o nei videoproiettori digitali, dov’è necessario avere un’alta resa dei colori.
Grazie alla loro compattezza, alle svariate forme e potenze e tonalità disponibili, all’elevata efficienza luminosa compresa tra 80 e 100 lumen/watt, all’elevata resa cromatica IRC 80-90 e fino a 95 nelle tonalità “D” (Daylight) con gradazione di 5600 kelvin, alla lunga durata (fino a 12000 ore), sono oggi divenute tra le lampade maggiormente diffuse. Sono adatte per illuminare aree commerciali o pedonali, zone residenziali, strade, monumenti, grandi superfici esterne. Grazie alla continua evoluzione gli ultimi modelli disponibili sono molto compatti e dalla luce molto simile a quella delle lampade ad alogeni (IRC 90 e 2500-3000 kelvin), trovano impiego anche in spazi interni come uffici, foyers di alberghi e ristoranti.
A livello di inquinamento luminoso sono peggiorative rispetto alle lampade al sodio alta pressione data la ricchezza dello spettro luminoso di emissione ma in termini di comfort visivo e gradevolezza della luce emessa sono preferibili in tutte quelle applicazioni ove sia necessario offrire un’illuminazione di alta qualità. Le lampade ai vapori di ioduri metallici e ai vapori di sodio necessitano, per essere accese a freddo, di appositi accenditori che producano impulsi di tensione di innesco compresi tra 0,75 e 5 kV.
Secondo il modello di lampada possono essere necessari dai 2 ai 10 minuti per il raggiungimento del pieno flusso luminoso e, in caso di spegnimento accidentale, spesso è necessario attendere il raffreddamento della lampada (2-15 minuti) per la riaccensione, a causa della elevata tensione di innesco che sarebbe necessaria per la riaccensione a caldo (25-60 kV) e alcune particolarità fisiche che, nel caso di lampade non progettate per la riaccensione a caldo, renderebbero il bulbo presto inutilizzabile.
La corrente di spunto della lampada può arrivare a essere superiore del 90% rispetto al valore di regime, inoltre se queste lampade vengono alimentate con ballast elettromagnetici, è necessario il rifasamento a causa del fattore di potenza piuttosto basso (da 0,3 a 0,7 secondo il modello).
Vapore di mercurio a bassa pressione: Emettono prevalentemente nello spettro ultravioletto. La luce emessa è ionizzante e dannosa per esposizione diretta. Vengono usate per sterilizzare ambienti e oggetti. Se l’interno del tubo viene rivestito con materiale fluorescente in grado di assorbire l’energia ultravioletta e riemettere nello spettro visibile, si ottiene la lampada fluorescente. In caso di interruzione dell’alimentazione, la lampada non necessita di un ciclo di raffreddamento.
Vapore di mercurio ad alta pressione: Con l’aumento della pressione l’emissione si sposta in luce bianca-azzurra, rendendo la lampada utilizzabile per l’illuminazione. La tipica luce bianco-azzurrina (3300 – 4200 K) viene prodotta dall’arco di scarica e corretta da fosfori (a base di vanadato d’ittrio) presenti nella finitura polverata del bulbo esterno che migliorano lo spettro soprattutto nella gamma del giallo e del rosso. Nelle lampade prive di rivestimento interno al vanadato d’ittrio la resa cromatica è infatti più bassa e dalla tonalità sensibilmente più fredda.
Questo tipo di lampada è sempre più in disuso a causa dei numerosi svantaggi rispetto ad altre tecnologie: bassa efficienza luminosa (
Proprio a causa della elevata presenza di mercurio il 13 febbraio 2003 è entrata in vigore la direttiva comunitaria 2002/95/CE sulla restrizione dell’uso di determinate sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche (c.d. Direttiva “RoHS”). Essa ha come effetto la messa al bando delle lampade al mercurio ad alta pressione dal territorio europeo. La vendita e l’installazione di queste lampade (ai privati) è stata vietata a partire dal 1º luglio 2006. Vengono sostituite da lampade a vapori di sodio fatte per la sostituzione diretta (catalogo OSRAM).
Vapore di mercurio ad altissima pressione: Le lampade a scarica in mercurio ad altissima pressione UHP sono lampade a scarica di mercurio la cui pressione può superare le 200 atmosfere. Vengono usate principalmente per illuminare sistemi di proiezione a causa dell’alta efficienza e compattezza.
A luce miscelata: Si tratta di lampade al mercurio ad alta pressione in cui il reattore di alimentazione è sostituito da un filamento, che funge da limitatore di corrente, collocato assieme alla lampada in un tubo secondario. Durante il funzionamento, il filamento diventa incandescente ed emette luce come in una lampada a incandescenza, che miscelata con quella prodotta dal mercurio offre una tonalità più naturale. Per contro si ha un notevole abbassamento del rendimento energetico fino a eguagliare quello di una comune lampada a incandescenza. (18-25 lumen/watt) Inoltre hanno seri limiti sulle posizione di funzionamento (quelle sul catalogo osram NON possono essere messe orizzontali) perché il filamento invecchiando si allunga e può toccare parti interne in tensione. La durata di queste lampade è intorno a 5000 ore. La soluzione più economica e semplice per il loro rimpiazzo è l’uso di lampade alogene di pari potenza o maggiore e un variatore di luce per l’utilizzo a potenza ridotta (pratica comunemente utilizzata)

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Autoclave Sterilizzazione in Estetica

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Sicurezza ed igiene nei centri estetici

La sterilizzazione degli strumenti è un’attività obbligatoria per legge, che richiede semplici e facili passaggi, oggi un centro estetico che intende qualificare la propria attività deve avere l’autoclave.
I rischi di infezione all’interno di centri estetici sono molteplici ed evidenti, gli operatori più a rischio sono le stesse estetiste che quotidianamente eseguono trattamenti di manicure e pedicure. Statisticamente più del 3% della popolazione italiana è ammalata di epatite C, ciò significa che su 30 persone che entrano in un centro estetico almeno una ( statisticamente) ha l’epatite C. A maggior ragione si impone un sistema di sterilizzazione sicuro e certificato in grado di mettere al riparo dalle infezioni tutti i soggetti che entrano nell’istituto.
Cosa dice la legge.
Il nuovo testo unico sulla sicurezza sul lavoro (D.lgs 81-2008) impone severe misure di prevenzione contro ogni rischio relativo alla sicurezza, in particolare obbliga tutti gli operatori (quindi anche gli istituti di estetica) a redigere un documento sulla valutazione dei rischi che deve contenere:
a) una relazione sulla valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività’ lavorativa, nella quale siano specificati i criteri adottati per la valutazione stessa;
b) l’indicazione delle misure di prevenzione e di protezione attuate e dei dispositivi di protezione individuali adottati.
c) il programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.
All’estetista suggeriamo di scrivere le procedure di sterilizzazione utilizzate nel proprio istituto e tenerle a disposizione per eventuali controlli.
La mancata elaborazione del documento di valutazione dei rischi può causare la sospensione dell’attività da parte degli organi di vigilanza (NAS – ASL ) art 4 D.LGS 81-2008.
La legge impone anche di rispettare il
PRINCIPIO DI FATTIBILITA’ TECNOLOGICA
“Le misure di prevenzione e protezione devono essere periodicamente aggiornate allo stato della scienza e della tecnica più evolute”.
Ciò significa che per sterilizzare occorre dotarsi dell’apparecchiatura tecnologicamente e scientificamente più avanzata, non c’è dubbio che questa apparecchiatura oggi sia L’AUTOCLAVE.
PROCEDURE DI STERILIZZAZIONE
Per effettuare una corretta sterilizzazione occorre rispettare poche, ma precise procedure. Soltanto una corretta applicazione di tutti i passaggi obbligatori garantisce la certezza del risultato.
LA DISINFEZIONE
La disinfezione è la prima fase del ciclo di sterilizzazione. La disinfezione ha una doppia valenza: una di tipo biologico, in quanto serve ad abbattere la carica batterica portando gli strumenti a livello di sicurezza; il secondo aspetto, di tipo normativo, fa espresso riferimento al ex DLGS 626/94 sulla tutela della salute del lavoratore.
LA DETERSIONE
Nel caso in cui sullo strumento fossero depositati residui di sangue o avesse particolari evidenze di contaminazioni è necessario sottoporlo ad una detersione in ultrasuoni.
ASCIUGATURA
L’asciugatura degli strumenti può essere eseguita manualmente con adeguati dispositivi di protezione (guanti) per evitare tagli o punture. Lo strumento è ancora potenzialmente contaminato, pertanto è necessaria la massima attenzione. La mancata asciugatura degli strumenti prima dell’imbustatura può creare:
A) Corrosione degli strumenti
B) Ossidazione degli strumenti
C) Formazione di macchie biancastre
D) Disturbo al ciclo di sterilizzazione
CONFEZIONAMENTO
Il confezionamento permette di conservare sterili gli strumenti per 30 giorni, si possono utilizzare comode buste autosigillanti. Dopo avere imbustato gli strumenti le buste devono essere messe in autoclave.
STERILIZZAZIONE CON L’AUTOCLAVE
L’AUTOCLAVE è semplice e facile da utilizzare, assicura al 100% la completa sterilizzazione degli strumenti. Perché sterilizzare con l’autoclave?:
•è obbligatorio sterilizzare con l’apparecchiatura scientificamente e tecnicamente più evoluta
•esprime professionalità
•fidelizza i propri clienti
•fa vendere di più
•rappresenta il futuro di ogni centro estetico
L’autoclave di classe S , oltre a sterilizzare strumenti imbustati, è dotata di una stampante integrata che da immediata visione dell’avvenuta sterilizzazione. Lo scontrino emesso dalla stampante ha valenza di prova giuridica in caso di contenzioso, infatti l’estetista DEVE sempre essere in grado di dimostrare di avere sterilizzato gli strumenti.
Auspichiamo che tutte le estetiste prendano maggiore coscienza dei rischi di infezione presenti all’interno dell’istituto e che non sottovalutino questo aspetto della loro professione. Oggi un’estetista è un imprenditore che deve lavorare per la propria azienda sviluppandone l’attività, è necessario guardare al futuro con lungimiranza cercando di cogliere le maggiori soddisfazioni possibili, ed è per questo motivo che nel futuro di ogni istituto non potrà mancare l’autoclave.
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Decreto 110/2011 che è stato annullato definitivamente con Sentenza del Consiglio di Stato

Decreto 110/2011 che è stato annullato definitivamente con Sentenza del Consiglio di Stato



Gli estetisti italiani chiedono il MAXI risarcimento danni ai ministeri per non aver potuto utilizzare le loro apparecchiature estetiche per effetto del Decreto 110/2011 che è stato annullato definitivamente con Sentenza del Consiglio di Stato

Maxi risarcimento agli estetisti italiani per non aver potuto utilizzare le loro apparecchiature estetiche dal 2011 al 2014

 Confestetica è stata l’unica associazione di categoria ad avere censurato da subito il testo del decreto, facendosi carico delle spese giudiziali per farlo annullare. Oggi, grazie anche al contributo dello Studio Legale Zunarelli e Associati, che nella persona dell’avvocato Simone Cantarini, in particolare, ha seguito l’azione, si è giunto a questo prestigioso ed utile risultato, l’illegittimità del decreto ministeriale 110/2011.
Ma non ci vogliamo fermare qui.
Ovviamente, non possiamo non tenere conto dei gravi danni che tutto il comparto ed il settore ha subito dall’applicazione del decreto ministeriale 110/2011. E, pertanto, non possiamo evitare di chiedere ai responsabili di questi danni, vale a dire i Ministeri che, del tutto inopinatamente, hanno emesso il provvedimento anzidetto, il risarcimento degli stessi.
Chi, dunque, meglio di Confestetica, con lo stesso studio legale che fin qui ci ha egregiamente assistito, può offrire, ai propri associati e non, l’ausilio per arrivare anche a questo ulteriore e meritato traguardo?
Confestetica, pertanto, invita tutti i propri associati, così come quelli non associati, ad aderire ad una maxi azione di risarcimento del danno nei riguardi del Ministero della Salute e del Ministero delle Attività Produttive per non aver potuto utilizzare le loro apparecchiature estetiche dal 2011 al 2014, a seguito del decreto interministeriale 110/2011, che è stato ANNULLATO DEFINITIVAMENTE DALLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO. (scarica sentenza)
FATTI
Resta sempre aggiornato alla newsletter di Confestetica.Confestetica ha raggiunto l’invidiabile traguardo che si era prefissata a tutela della categoria delle estetiste che era stata vessata, come noto, dalle disposizioni di cui al decreto interministeriale n. 110/2011.
Con la tenacia e la determinazione che ha sempre dimostrato nel difendere gli interessi della categoria, Confestetica è riuscita a far annullare dal Consiglio di Stato il predetto provvedimento, unitamente al parere reso dal Consiglio Superiore di Sanità che ne costituiva presupposto e parte integrante.
Con la sentenza 1417/2014 la suprema autorità giudiziaria amministrativa ha definitivamente pronunciato l’illegittimità, più volte evidenziata dalla scrivente associazione, degli atti impugnati d Confestetica dove, secondo i giudici di Palazzo Spada, “si annidano significativi elementi di contraddittorietà che rendono meritevole di apprezzamento la censura sotto tal riguardo proposta dalla parte appellante”.
E’ doveroso ricordare che nelle storica sentenza emessa dal Consiglio di Stato, i giudici rilevano come nei regolamenti impugnati “si esprimono da un lato perplessità riguardo ad alcuni strumenti (quelli, appunto, poi oggetto delle contestate limitazioni d’uso) in uso attualmente all’estetista con la motivazione che si tratterebbe di apparecchi intrinsecamente pericolosi per la salute umana, dall’altro tuttavia non si evidenziano studi clinici o scientifici ovvero una casistica capace di corroborare l’assunto della pericolosità degli strumenti. Inoltre, ulteriore e concorrente elemento di contraddittorietà è rappresentato dal fatto che, nel suddetto parere, si sostiene una inadeguata preparazione professionale dell’estetista e si auspica a tal proposito un ragionevole incremento delle attività formative di tale categoria professionale, quasi che la prospettata pericolosità degli strumenti in uso alle estetiste sia da ravvisare, più che nei dispositivi in sé considerati, in tale non adeguata professionalità degli esercenti l’attività professionale. In tal modo, tuttavia, il parere pone l’accento sulla condivisibile esigenza che siano incrementate le iniziative, di competenza regionale, per il miglioramento della formazione professionale delle estetiste, dal che tuttavia sembrerebbe avviata a soluzione la questione del corretto uso dei dispositivi elettromeccanici oggetto della contestata (e, a questo punto, ingiustificata) limitazione. Ma anche questo è un profilo che denota contraddittorietà dell’atto impugnato in primo grado, posto che deve essere meglio chiarito se le limitazioni all’uso dei suindicati dispositivi elettromeccanici siano da riconnettere al non adeguato livello professionale attuale delle estetiste, suscettibile tuttavia di essere migliorato con opportune iniziative formative, ovvero se dipenda da una oggettiva, accertata ed intrinseca pericolosità degli strumenti (allo stato, tuttavia , non provata, come detto, da evidenze scientifiche sufficientemente chiare e dirimenti), tale da escluderne anche per il futuro l’utilizzo, quale che sia il livello di formazione professionale che possa raggiungere la categoria”.
Nel passaggio della sentenza ora evidenziato i giudici del Consiglio di Stato si riferiscono proprio alle ingiustificate limitazioni e proibizioni di cui al decreto 110/2011 che, come tutti gli operatori sanno, ha tolto letteralmente di mano alle estetiste ovvero depotenziato i costosi macchinari utilizzati per i trattamenti più frequenti all’interno dei centri estetici. Il riferimento, anche nel provvedimento reso dalla magistratura, è ovviamente agli ultrasuoni a bassa frequenza (c.d. cavitazione), al laser estetico per epilazione e alla c.d. luce pulsata.
Con l’entrata in vigore del decreto 110/2011, infatti, questi macchinari sono stati oggetto di radicale riforma, avendo l’amministrazione ministeriale deciso di depotenziare gli ultimi due e di escludere del tutto la cavitazione dall’elenco degli apparecchi elettromeccanici utilizzabili dall’estetista.
E questo, come tristemente noto ai più, è avvenuto non senza problemi ed enormi sacrifici, soprattutto in termini economici.
Chi infatti aveva acquistato un apparecchio ad ultrasuoni a bassa frequenza (con il costo che sappiamo!!!) ha dovuto necessariamente riporlo in cantina, pur continuando magari a pagare le rate dei costosissimi finanziamenti accesi per far fronte alla spesa.
Parimenti, molte estetiste hanno dovuto modificare le altre macchine in loro possesso, affrontando spese ingenti e costi imprevisti.
Il tutto in ossequio ad una norma profondamente iniqua e del tutto priva di fondamento, logico e giuridico.
Se anche Tu sei un centro estetico che ha dovuto sottostare alle ingiustificate previsioni del decreto 110/2011 e che ha dovuto dismettere o modificare i seguenti macchinari:
  • ultrasuoni a bassa frequenza
  • laser estetico
  • luce pulsata
Ti invitiamo ad unirTi a Noi per agire giudizialmente per ottenere il ristoro del danno subito.
Per fare questo, sarà necessario procedere alla sottoscrizione del mandato in favore del Nostro studio legale che curerà tutte le fasi del procedimento, previa consegna della documentazione attestante l’acquisto dei macchinari anzidetti, gli eventuali contratti di finanziamento e gli interventi di adeguamento dei macchinari, successivi all’introduzione del decreto 110/2011.
Se sei titolare di Centro Estetico e sei stato danneggiato dal decreto 110_2011 partecipa anche tu al maxi risarcimento!


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