TASSAZIONE IMPRESE

Incisivo, a tratti duro, certamente oggettivo, il primo intervento pubblico di Giorgio Squinzi, neopresidente di Confindustria.
Fra le affermazioni di Squinzi ce n’è una che riassume il senso del suo pensiero:
Ho una convinzione forte, anzi fortissima, quella che mi ha portato all’impegno che sto assumendo: la bassa crescita dell’Italia è determinata soprattutto dalla difficoltà di fare impresa nel nostro Paese.”.
I temi trattati sono stati numerosi ed hanno evidenziato la situazione drammatica in cui verso l’Italia. Non per carenza di risorse o di competenze ma, prima di tutto, per un caos normativo e gestionale che spaventa ogni imprenditore, italiano e straniero.
Al vertice della filiera c’è un tessuto normativo saturo, caratterizzato da regole irrazionali e contraddittorie.
Su questo aspetto, la Riforma del Titolo V della Costituzione ha avuto effetti deleteri.

Com’è possibile che il rilascio di un’autorizzazione sia regolato da una legge statale, da almeno ventuno leggi regionali e da circa ottomila regolamenti comunali troppo spesso diversi uno dall’altro?
Gli investitori esteri non riescono a capire tutto questo e preferiscono dirottare le loro iniziative verso altri paesi.
A parlare sono i numeri: nel Rapporto Doing Business della Banca Mondiale l’Italia è all’87esimo posto, superata da tutte le principali economie europee.”.
In questo scenario, la pressione fiscale assume livelli insostenibili per qualunque realtà produttiva. Infatti, secondo Squinzi:
Occorre dare concreta prospettiva di riduzione della pressione fiscale sulle imprese e sul lavoro.
Nel 2011 il total tax rate, inclusivo di tutte le tasse e i prelievi, compresi gli oneri sociali, gravanti su una piccola impresa-tipo, era pari, in Italia, al 68,5%, contro il 52,8% in Svezia, il 46,7% in Germania, il 37,3% nel Regno Unito.

Una zavorra intollerabile che si aggiunge ad altre zavorre che penalizzano le imprese italiane: una burocrazia che per i soli adempimenti ci costa 45 miliardi in più rispetto ai migliori esempi nel resto d’Europa; un’energia elettrica che ci costa, in media, il 30% in più che negli altri paesi europei.”.
Non sono mancati i riferimenti al’innovazione come strada obbligata per coltivare la speranza di uscire da un circolo vizioso che sta portando il Belpaese verso un baratro profondo:

Per tornare a crescere, per essere protagonisti sui mercati internazionali, per creare occupazione e assicurare qualità della vita è fondamentale porre Ricerca e Innovazione al centro dell’attività di tutte le imprese, del Governo, del Paese.
Non possiamo continuare a vedere la Ricerca e l’Innovazione come qualcosa di settoriale, episodico, residuale. L’Italia è in ritardo per gli investimenti sia pubblici, sia privati.
E’ necessario crescere nei settori ad alta tecnologia e diffondere la ricerca nelle imprese di ogni dimensione e di tutti i settori, compresi quelli tradizionali.”.
Un discorso lungo, lucido e ispirato quello di Squinzi, che deve tradursi in azioni concrete. Le quattro direttrici evidenziate al termine dell’intervento sono state:
– riforma della Pubblica amministrazione e semplificazione normativa con risultati a breve e concreti;
– pagamenti della Pubblica amministrazione;
– tagli alla spesa pubblica per rendere possibile una riduzione della pressione fiscale e un rilancio sostenuto dei consumi interni;
– credito alle imprese.
C’è da augurarsi che la nostra classe dirigente ascolti le parole di chi rappresenta il tessuto produttivo italiano. In ogni caso, il cambiamento non guarda in faccia nessuno, semplicemente “accade” e travolge tutto ciò che non ha saputo adeguarsi, nel bene e nel male.

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